Anni fa, un padre mi chiamò in struttura. Aveva la voce consumata di chi ha già urlato tutte le sue urla. Suo figlio, in un momento di grave sofferenza psichica, si iniettava acqua nelle vene: un gesto disperato, quasi cercasse da solo una cura per ritrovare un contatto con un mondo che sentiva svanire. Restai al telefono con lui a lungo, cercando le parole giuste per non farlo sentire solo. Poi, fui costretto a dirgli la verità più difficile della mia carriera: i ricoveri erano bloccati. Non c’era un posto dove portare suo figlio.
Quella frase, “non c’è posto”, mi è rimasta addosso. Non sbiadisce; è un peso che riemerge ogni volta che sento parlare di diritti dei fragili in convegni, pergamene e progetti a lungo termine. Quell’impossibilità non nasceva da cattiveria o indifferenza personale, ma da una realtà strutturale: per undici anni, nella città metropolitana di Reggio Calabria, l’ingresso nelle strutture psichiatriche residenziali è rimasto sbarrato. Non per mancanza di bisogno, ma per un iter di accreditamento rimasto fermo troppo a lungo.
Oggi quel blocco è stato superato. Ma ciò che resta non è un problema risolto: è un danno profondo. Undici anni di vuoto hanno impoverito un territorio vasto, privandolo di presidi assistenziali cruciali e sfilacciando una rete che ora fatica a ricostruirsi. A questo si aggiunge la precarietà quotidiana: molti centri diurni legati al sociale comunale vengono pagati solo ogni tre mesi, pretendendo che la continuità della cura conviva con l’incertezza economica di chi la garantisce.
Un ricovero bloccato non è semplicemente un letto vuoto. È una relazione di cura che si spezza nel momento del massimo bisogno. Gregory Bateson parlava di “pensiero disgiuntivo” per descrivere la tendenza a separare ciò che è unito: qui accade letteralmente. L’urgenza della persona resta da un lato, la risposta del sistema dall’altro. In mezzo a questa frattura, le famiglie rimangono sole a reggere un peso insostenibile. È bene chiarire una distinzione tecnica: non parlo dei reparti ospedalieri per l’emergenza acuta (Spdc), rimasti sempre attivi, ma delle comunità terapeutiche e riabilitative, nate per accompagnare percorsi di cura a lungo termine. È lì che si è consumato il vuoto in cui è caduto quel padre.
Questa rete assistenziale affonda le radici in una storia nobile, iniziata a Reggio Calabria con la chiusura del manicomio cittadino tra il 1986 e il 1990. Fu una battaglia di civiltà che restituì dignità a chi, per decenni, era stato solo recluso. Da quel momento nacquero decine di strutture per accogliere chi non aveva nessuno, costruite con fatica, competenza clinica e relazioni umane. Undici anni di blocco non cancellano questa storia, ma ne intaccano profondamente l’eredità.
Reggio e i reggini hanno nel proprio DNA l’accoglienza e l’empatia verso i più fragili; un tratto che nessun esponente politico di passaggio può insegnarci o svilire. Di recente, mentre si celebrava la visita della Relatrice Speciale ONU sui diritti delle persone con disabilità, Heba Hagrass, la città ospitava anche comizi elettorali con dichiarazioni discutibili su chi meriti di essere considerato italiano in base ai tratti somatici. Non è questo il senso di umanità che questa terra ha coltivato. La nostra identità si riflette meglio in figure che hanno inciso la cura del prossimo nella carne viva della città: don Italo Calabrò, il sacerdote che accolse gli曉usciti dal manicomio definendo i poveri “i nostri padroni”, e Italo Falcomatà, sindaco della “Primavera di Reggio”. Loro, ricordati trasversalmente da ogni colore politico, restano i veri simboli di rinascita civile.
La visita di Heba Hagrass è stata un momento importante di orgoglio cittadino. Tuttavia, mentre si firmavano pergamene e si annunciava il progetto “Orizzonte 2031”, continuavo a pensare a quel padre, chiedendomi se qualcuno, in quelle stanze istituzionali, avesse mai dovuto pronunciare quel “non c’è posto”. Di abilismo, il pregiudizio culturale che anticipa le barriere fisiche, si è parlato troppo poco. I dati del Garante regionale di luglio ricordano che solo il 37% delle scuole calabresi rispetta i criteri di accessibilità; un’evidenza a cui non sono seguite proposte concrete. La stessa europarlamentare promotrice dell’incontro ha ammesso la presenza di troppe barriere e la necessità di un cambio di passo.
Benedetto Saraceno, storico direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’OMS, ha scritto che non esistono schizofrenici georgiani, ma georgiani che casualmente hanno la schizofrenia. La cittadinanza viene prima. Quel ragazzo di anni fa, e i pazienti di oggi, non chiedono protezione calata dall’alto o pietà, ma il diritto di essere considerati persone e cittadini prima che malati. Lo scorso luglio ho ribadito queste urgenze in una lettera aperta all’assessora al Welfare Lucia Fio. Gli impegni istituzionali si ripetono a ogni cambio di direzione o visita internazionale, ma raramente sopravvivono all’eco dell’annuncio. Non basta accendere un riflettore per tre giorni se undici anni di danni restano da riparare.
Non so cosa sia successo a quel ragazzo. Non l’ho più sentito, ed è la parte più dura di questo lavoro: restare accanto a qualcuno nell’emergenza senza conoscerne il destino. Ma quella telefonata mi ha insegnato ciò che nessun convegno potrà mai spiegare: dietro ogni statistica sugli ingressi bloccati c’è una voce che aspetta, e dietro ogni pergamena firmata nei palazzi, c’è la domanda silenziosa di chi spera che qualcuno, da qualche parte, si ricordi ancora di quella voce.
Giuseppe Foti
Educatore psichiatrico
